Coronavirus asfalta la moda in Italia: gli effetti della quarantena sull’industria del fashion

La battuta d’arresto fornita dall’epidemia da COVID-19 ha gambizzato un po’ tutti, il settore moda è agonizzante

Gran parte delle aziende della moda di lusso e delle catene di fast fashion, come H&M e Zara, affidano la produzione dei loro vestiti in luoghi in cui il costo del lavoro è estremamente basso. Bangladesh, Vietnam, Cina, ecc… Qui i capi di vestiario verranno confezionati con mesi di anticipo rispetto a quando arriveranno effettivamente nei negozi per poi essere inviati nei magazzini dei committenti. La battuta d’arresto fornita dall’epidemia da COVID-19 ha gambizzato un po’ tutti, il settore moda è agonizzante.

Coronavirus asfalta la moda in Italia: gli effetti della quarantena sull'industria del fashion

La battuta d’arresto della moda mondiale, by Coronavirus

È bene considerare come attorno al lavoro di vendita e produzione vestiaria, ruotino anche molte altre figure professionali. Giornalisti di moda, fotografi, videomaker, modelli, stylist, make-up artist, corrieri, magazzinieri, gli affittuari di grandi e piccole locazioni e tante altre ancora. L’epidemia da Coronavirus messo in stand by l’intero meccanismo. La chiusura delle fabbriche, nel mese di febbraio, in Cina, ha bloccato molti ordini provenienti delle aziende occidentali che, in alcuni casi, hanno dovuto arrangiarsi assegnandoli ad altri Paesi. Dal 12 marzo, data l’interruzione da parte dell’Italia di gran parte della produzione, sono saltati i programmi anche dei marchi di lusso. Brand che contavano sui laboratori artigianali e di alta moda, rimasti senza operai e materie prime. Nello stesso momento, e come se tutto ciò non bastasse, molti compratori stranieri hanno cancellato gli ordini di tessuti e abiti confezionati in Italia.

Coronavirus asfalta la moda in Italia: gli effetti della quarantena sull'industria del fashion

La lettera di Capasa

Carlo Capasa, presidente della CMI (Camera della Moda Italiana), ha scritto in una lettera aperta rivolta al governo e pubblicata su Repubblica l’11 aprile. «Siamo il primo Paese in Europa per la produzione del tessile, abbigliamento e accessori, staccando di 30 punti la Germania e di 43 la Francia. Il 41 per cento della produzione europea di moda è quindi fatto in Italia. La moda è un’industria stagionale, riparte ogni sei mesi con nuove collezioni che vanno presentate e vendute e consegnate. I tempi di preparazione delle collezioni e di produzione delle stagioni sono lunghi e purtroppo non tanto comprimibili».

Coronavirus asfalta la moda in Italia: gli effetti della quarantena sull'industria del fashion
Carlo Capasa

«Se non riapriremo le nostre aziende entro il 20 di aprile non avremo i tempi tecnici per consegnare le produzioni moda autunno/inverno che vanno inviate entro luglio in tutto il mondo. Non potremo produrre le collezioni primavera/estate 2021 per la vendita di giugno che dovrà essere fatta anche a distanza agli addetti ai lavori».

Se la chiusura delle fabbriche settore moda continuerà oltre il 20 aprile la moda italiana rischia di perdere la sua preminenza europea.

Capasa ha quindi domandato al governo di riaprire tutte le aziende del settore moda, promettendo dal canto suo il pieno rispetto delle norme di sicurezza. Al blocco della produzione ha fatto seguito la chiusura dei negozi fisici in gran parte del mondo, ciò ha fatto crollare drasticamente la domanda. È ancora possibile acquistare online sui siti di molti negozi e rivenditori, anche se non tutti: Net-a-Porter per esempio ha sospeso gli ordini dal 25 marzo. Le vendite online però non riescono a compensare il fatturato dei negozi fisici e nel settore del lusso coprono appena il 10 per cento. Questione da non prendere sottogamba, le persone hanno meno voglia di comprare vestiti. Grava l’incertezza del futuro, le difficoltà economiche e anche il semplice obbligo di restare a casa, che di certo non fomenta la voglia di shopping.

Giorgio Armani, post Coronavirus: come si vestiranno le persone

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Written by Erika Barone

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