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Quali sono le più belle e particolari etichette dei vini italiani?

Ogni vino ha una storia da raccontare, ma le sue caratteristiche peculiari non si possono conoscere prima di assaggiarlo. La tipologia di vino e il nome di cantina possono essere sicuramente una garanzia di qualità, ma nel caso di una bottiglia di cui si conosce poco, che cosa guida l’acquisto di un vino?

L’etichetta di un vino è il suo biglietto da visita

Per distinguersi tra gli scaffali di un’enoteca, così come nel catalogo online di un negozio online di vini come Svinando, anche l’etichetta può diventare un importante fattore di scelta. Il foglio di carta adesivo che ricopre l’involucro di vetro è il biglietto da visita di ogni vino e può raccontare molto non solo delle sue qualità, ma anche e soprattutto delle emozioni che la sua cantina vuole trasmettere a chi lo berrà.

Per questo motivo sono numerosi i produttori di vino che si dedicano alla creazione di etichette uniche e originali, le quali rendono il vino inconfondibilmente riconoscibile fin dal primo sguardo, oltre che piacevole esteticamente.

Nonostante sia soprattutto tra i vini esteri che è possibile vedere le cantine sfidarsi a suon di etichetta tra linee di design, forme e dimensioni anticonformiste e stampe eccentriche, anche sul territorio italiano sono molteplici gli esempi di vini locali che si distinguono per le scelte grafiche e la creatività delle loro etichette.

Abbiamo sfogliato virtualmente la lista dei vini di Svinando e ci siamo imbattuti in una raccolta di grandi vini dalle etichette particolarmente espressive.

Quando il racconto dell’identità del vino si cela nell’etichetta

L’etichetta di una bottiglia di vino può definire lo stile e la comunicazione di una cantina, per questo motivo è fondamentale per ogni produttore scegliere con cura il contenuto dei pochi centimetri quadrati a sua disposizione. C’è chi li utilizza per raccontare un po’ di sé, come Bindi Sergardi, che dà spazio agli stemmi delle due famiglie per rivelare la sua arma vincente: l’unione di passione e competenza dei due rami genealogici. Altri invece mettono in evidenza l’importanza del territorio; ne è un esempio l’etichetta del vino “Apulio” della Masseria Altemura, che celebra il simbolo del Salento per eccellenza, il trullo.

Anche il nome stesso del vino può essere trasposto in un’immagine dell’etichetta per donargli maggiore valore. È ciò che fa la cantina pugliese Podere29 attraverso la scelta di fotografie iconiche e rappresentative per ogni vino, ma anche la Cascina Valle Asinari, nelle cui etichette dei suoi vini biologici viene reso protagonista proprio l’asino.

Etichette suggestive e dal fascino magnetico

A conquistare gli occhi prima ancora che il palato, ci sono poi quei vini capaci di descrivere all’interno dello spazio di un’etichetta paesaggi fantastici e incantevoli suggestioni. Si può trattare sia di vere e proprie opere d’arte disegnate da grandi illustratori che di riferimenti estetici di grande eloquenza. Lo dimostrano le geometrie astratte dal sapore vintage che contraddistinguono le etichette dei vini Durin, rappresentazioni fantasiose degli appezzamenti dei terreni liguri, ma anche le etichette del Primitivo e dell’Aglianico di Terre di Sava che accompagnano prima della degustazione in un’atmosfera onirica e fiabesca. 

L’anticonformismo di un vino passa anche dall’etichetta

Scegliere una particolare immagine per definire e rappresentare un vino, significa mostrare qualcosa in più della cantina che lo produce. Per questo motivo c’è chi preferisce fare delle scelte controcorrente, con l’obiettivo di lasciare una netta impressione in chi vi si imbatte. Torre San Martino, ad esempio, preferisce raccontare i suoi vini con un’etichetta “parlata” invece che in un disegno emblematico. Santero invece punta tutto sulla modernità: colori accesi, forme inusuali e contemporaneità sono gli elementi che rendono i suoi spumanti altamente riconoscibili.

Per concludere, è impossibile non citare il Prosecco DOC “Cima” prodotto da Canella, che presenta un design atipico proprio per via dell’etichetta. In questo caso infatti non risulta incollata, bensì appesa al collo della bottiglia: un omaggio alle usanze della cantina dei primi anni Cinquanta, quando la scelta di utilizzare il “collarino” permetteva di riutilizzare le bottiglie più di una volta.

Una dimostrazione concreta quest’ultima, che l’etichetta, anche quando non vicina ai canoni tradizionali, ha la capacità di comunicare profondi messaggi, anche solo in maniera evocativa.