Norberto Botto, arte in equilibrio

Intervista all’eclettico artista

Luxgallery ha incontrato Norberto Botto, uno degli artisti emergenti più interessanti del panorama artistico italiano.

Da dove nasce e dove va la sua ricerca artistica?
Sono sempre stato definito un artista eclettico. Credo che le ragioni si debbano ricercare nella mia infanzia. Da bambino, affacciandomi alla finestra – sono nato in una città di mare, La Spezia – vedevo il porto con tutti i suoi colori, dati dalle varie navi, dai container, dai camion. Inoltre, al piano terreno del palazzo in cui abitavamo, i miei genitori avevano un negozio di arredamento navale e di antiquariato. La mia vita dagli 0 ai 10 anni, si è svolta al 90% lì. La forte contrapposizione scaturita tra lo splendore del mare e la realtà ferrigna e polverosa portuale, oltre all’odore e al design di mobili antichi e oggetti di ogni genere, mi sono entrati dentro.Dopo le scuole medie, sono venuti il diploma al Liceo Artistico e la laurea in scenografia e costume per lo spettacolo all’Accademia di Belle Arti, attraverso i quali ho potuto approfondire e consolidare le mie idee.

Qual è la genesi dei suoi progetti?
Quando inizio un progetto, lo devo pensare perché possa continuare a vivere da sé ed essere concorde con il filo conduttore che muove il mondo, cioè la matematica. Ho da sempre considerato l’estetica delle cose di importanza fondamentale per la vita delle persone. Non mi riferisco alla futile e banale esteriorità fine a se stessa, quanto più all’energia propria degli oggetti. Un oggetto ha una forma, che è data da chi quell’oggetto l’ha prodotto, sia questo un grande designer o il caso… Quest’oggetto, infine viene scelto. Da chi? Perché? Dove viene collocato? Lo stesso oggetto, in relazione ad altri, dà vita a infinite combinazioni che emanano, che si voglia o no, emozioni e pensieri. Gli oggetti si ricreano, dicendo molto di chi li ha scelti. E’ come se ci fosse un potere espansivo, che fonde le cose tra loro. Esattamente come fanno gli ingredienti, che mescolandosi formano le pietanze. Che si parli di emotività umana, di musica, di design o di botanica, o di qualsivoglia altro argomento, tutto dialoga e risponde alla lingua comune della matematica. Questo pensiero è da sempre stato la costante alla base delle mie espressioni artistiche.

Per questo si esprime con molteplici linguaggi?
Il mio eclettismo diventa in realtà un unico linguaggio, che vede innumerevoli forme di espressione. Non riesco a bloccarmi solo in una particolare disciplina. Devo dipingere, scrivere, progettare oggetti, vestiti, costumi o ambienti che siano per cinema, il teatro o per case private è indifferente, anche se per ognuno di essi ci sono delle necessità diverse. Chiaramente, non posso negare che per ogni disciplina ci vogliono studio ed esperienza, ma se c’è amore per ciò che si fa, si dà il massimo senza fatica e questi si raggiungono.

Perché il nome “Equilibri” per il tema delle sue opere?
La scelta del nome “Equilibrio”, per quanto riguarda le pitture e le sculture, è venuta in automatico. Le mie opere, proprio in relazione alla matematica, cercano l’equilibrio perfetto tra gli spazi, secondo criteri aristotelici e vitruviani. Concetti che sono profondamente insiti nella fisica, da cui l’uomo non si può distaccare. Sono una delle certezze a cui ci si può affidare, che si rispecchiano nell’equilibrio delle cose che è proprio di ogni esperienza della vita.

Perché la scelta di materiali come oro e vetro?
Nelle mie opere, qualsiasi esse siano, c’è sempre la ricerca dell’eleganza… dell’eleganza naturale, sottile, inconscia, non ostentata e pacchiana.Quale materiale meglio dell’oro esprime il concetto di eleganza? Quell’oro usato da sempre per segnalare il divino. L’oro non è colore, è più che scultura, vive con l’osservatore, restituisce la luce come meglio crede, uscendo dal quadro senza dare la possibilità di fermarlo. Non si può domare.

Altri colori che ama?
Dipingo con colori profondi e intensi, con una spiccata propensione al blu di Prussia, che è un blu notte tendente al nero. In passato dipingevo con colori a olio su tela e tavola, ricercando la trasparenza nelle sfumature. Ora dipingo quasi prevalentemente con colori a petrolio su lastre di vetro blindate, che poi frantumo. Le frantumazioni derivano sì da un gesto violento, ma in questo caso si trasformano in una cristalli che emanano luce. E la trasparenza del vetro fa sì che ci si possa guardare attraverso l’intera opera.

A chi o a che cosa si ispira quando crea?
Al soggetto che devo progettare. Che sia un quadro, una scultura, o qualsiasi altra cosa. Ad esempio, se devo progettare la regia o le scene per un’opera lirica, la ascolto sino allo sfinimento. Devo diventare parte di essa, la devo conoscere come se le vicende che capitano ai protagonisti stessero capitando a me, fondendomi nella musica come energia scatenante. Inoltre, cerco di conoscere tutto di quell’opera, in che epoca è stata scritta e in quale è ambientata; poi faccio delle lunghe ricerche iconografiche, cercando, nel contempo, di concentrarmi sui principi dei miei “equilibri”. Lo stesso vale per il cinema, come per le altre discipline.

Come vede dall’interno il mercato dell’arte contemporanea oggi? Quali spazi ci sono per gli artisti emergenti?
Sono molto individualista nel mio lavoro. Ma il mercato, soprattutto in Italia, sta vivendo momenti difficili per tutti. Per quanto riguarda gli emergenti, penso che da una parte sia diventato troppo facile dichiararsi artisti e che, dall’altra, le gallerie, tendono a investire principalmente sulla scelta più sicura di artisti consolidati. Anziché puntare parte delle energie su artisti emergenti validi, una gran quantità di gallerie, anche importanti, si limitano al massimo a noleggiare le sale, facendo sì che possa esporre solo chi ne ha le potenzialità economiche. Questo, va da sé, è un sistema che alla lunga tende a distruggere la genuinità stessa dell’arte.

Davide Passoni

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Written by Francesca

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