“L’Arte non ha passaporto”

Matteo Lorenzelli, alla guida dell’omonima galleria

E’ inziata la 53.Biennale di Venezia e questo weekend il mondo dell’arte si riverserà ad Art Basel, dunque start up per due degli eventi più attesi dai protagonisti del sistema dell’arte internazionale. Artisti, collezionisti, galleristi e curatori: tutti all’opera perché sia un’estate proficua sul piano culturale.

A questo proposito, Luxgallery ha incontrato Matteo Lorenzelli, terza generazione alla guida della galleria Lorenzelli Arte, una delle realtà intellettuali più vive di Milano nonché presente nelle maggiori fiere internazionali.

Partiamo dalla storia della Galleria e della sua famiglia:
Mio nonno aprì la prima galleria a Bergamo nel 1958, occupandosi esclusivamente di arte antica (antichità), ma con un’attenzione di riguardo per Parigi, allora centro d’arte internazionale. Entrò in contatto con artisti di fama mondiale e s’interessò a quella che all’epoca era considerata un’avanguardia oggi storicizzata. Si trattava di artisti quali Licini, Poliakoff, Prampolini, Larianov, Goncharova, Schneider, Kandinsky, Mansuroff, Soldati, Radice. Un periodo che è stato dimenticato e poi storicizzato solo dopo gli Anni ’50/60.

Com’era in quei tempi il mondo dell’arte?
Sembra fosse più facile. Guardando le fotografie dei vernissage degli Anni ’60 vediamo il critico, il gallerista, tre suoi amici, l’assistente del gallerista. Sicuramente non c’erano le inaugurazioni oceaniche di oggi, in cui la gente va non tanto per l’inaugurazione in sé ma perché ormai è diventato un evento mondano. Le gallerie che lavoravano ad alto livello erano pochissime, gli artisti un’eccezione e timorosi d’esporre, i critici rari. L’arte era un fenomeno di nicchia.

E poi?
Nel 1960 mio padre aprì la sua galleria a Milano con una mostra personale di Nicholson, a cui seguirono Pasmore, Dorazio, Castellani, Bill, Bissier, Bonfanti e altri. Nel 1994 ho trasferito la galleria da via Sant’Andrea, dov’era rimasta per oltre dieci anni, a Corso Buenos Aires 2, dove sono tuttora, inaugurando con la prima personale in Italia di George Segal.

Come mai si è trasferito?
Due le ragioni. Mio padre aprì la prima galleria nel 1960 in via Manzoni e poi si spostò nel 1970 in via Sant’Andrea. Nella stessa zona si trovavano anche le gallerie di Falchi, Gian Ferrari, L’Annunciata e altre. Un quartiere di gallerie in quel “quadrilatero della moda” che oggi si è trasformato in “moda”. Ero così rimasto da solo in mezzo ai negozi fashion e come gallerista ero disinteressato ad avere quella location. Ho trovato questo spazio in Porta Venezia, l’ho ristrutturato e il risultato è stato una galleria molto più luminosa e funzionale, ad esempio, per le operazioni di carico e scarico legate alle mostre.  E’ solito delle gallerie cercare spazi alternativi nei cortili o nei primi piani degli edifici stessi.

Quindi anche questo è uno spazio alternativo?
Certo. Negli anni mi sono occupato di diversi aspetti dell’arte: qui si sono tenuti concerti di musica, architettura, mostre di arte africana e di design. Una volta le gallerie erano “settoriali” – o si trattava l’arte astratta o quella figurativa – oggi sono molto più eterogenee. Quello che interessa a me personalmente è la qualità. Dopotutto, l’arte non ha un passaporto. Segal è figurativo o astratto? Dipende. Un’emozione è figurativa o astratta? Per me l’arte non ha il problema di dire come viene messa e come si espone: oggi la galleria è un luogo di scambi e incontri.

E la scelta di Milano? Ieri era un grande polo internazionale. Oggi?
Cinquant’anni fa Milano era una città con critici, eventi, giornali, fabbriche e grandi aziende. Oggi sta scontando una sua grande crisi interiore. Una volta Milano fabbricava le idee, oggi le usa. Abbiamo l’Expo 2015, dobbiamo darci da fare se non vogliamo che sia un grande flop. Mi-Art potrebbe essere un grande evento internazionale e non si capisce come mai non decolli; ha molte possibilità per crescere e col passare degli anni avrà sicuramente il sopravvento su altre manifestazioni. Il vero problema è che ci sono troppe fiere internazionali.

Le fiere sono vetrine più per i galleristi e i collezionisti o anche per gli artisti?
La Fiera è una vetrina. È inutile che vada a Basilea per vendere a un cliente milanese che conosco già. Andare a Basilea significa farsi vedere e farsi conoscere nel mondo. Per questo cerco sempre di avere uno stand che rifletta la mia maniera di lavorare e la mia idea di qualità. Sfatiamo il mito che a Basilea tutto si vende e va bene: a volte lo stesso quadro invenduto a Basilea lo si può vendere a Bologna o Parigi o Milano.

Qual è l’artista che vi rappresenta di più nel mondo?
Non c’è. In una galleria sarebbe ingiusto e inopportuno. Io sono la terza generazione e se ne sono alternati molti di artisti. Non posso dirle quale sarebbe il massimo dell’eccellenza della galleria. Posso dirle che abbiamo fatto mostre di Rotcho, Brancusi, Chillida, Picasso, Bill, Gottlieb, Magnelli, Berrocal, Licini, Brooks, Pasmore, Nicholson, Scott, Ferber, Indiana, Music, Blake e poi Lee Ufan, Azuma, Dorazio, Castellani, Icaro fino alla generazione più recente quali Bartolini, Arcangelo, Cutrone, Pizzi Cannella, Groom, Nunzio. Sono tutti nomi internazionali, dire quale sia il più importante è difficilissimo. Impossibile.

Lei si sente di definirsi un gallerista, un mercante d’arte o un mecenate?
Tutte e tre le cose sono legate in maniera indissolubile e prevale in me una certa “vena collezionistica”. Faccio quello in cui credo e i miei spazi non sono in affitto.

Ossia?
Ci sono altri galleristi, per usare un termine buono, che cercano artisti, fanno loro un contratto capestro e si fanno pagare lo spazio. Il mio modo di lavorare è diverso: una volta individuato un artista lo seguo, acquisto il suo lavoro e poi organizziamo in collaborazione la mostra, pubblicando ogni volta un catalogo. Credo molto nell’avere un “magazzino” per dare la massima scelta a un cliente, non solo artisticamente ma anche qualitativamente, cosa che nelle aste capita più di rado. Questa è la differenza tra una galleria e una casa d’aste.

Nell’ultimo anno, il mercato dell’arte ha risentito della crisi o ci sono state scelte di qualità?
Più c’è crisi, più si cerca la qualità. Io credo che il quadro giusto al prezzo giusto si venda sempre. Negli ultimi anni c’è stata una rincorsa a vendere opere che non valevano le cifre richieste. I collezionisti e gli investitori che hanno cercato di fare dei guadagni esponenziali sulle opere d’arte si sono resi conto che, appena arrivato il momento di crisi, sono stati i primi a pagare la scelta dettata dal vendere a prezzi folli. Il collezionista che vale, sa quello che vuole e a che prezzo. Molti collezionisti ne sanno forse più dei galleristi.

Quindi il made in Italy funziona anche nell’arte?
Certamente sì. Speriamo che gli artisti italiani si posizionino nella fascia di riconoscimento artistico, e non solo, che fino adesso è rimasta, tranne poche eccezioni, a loro ingiustamente e immeritatamente negata.

Paola Perfetti

Written by Francesca

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