Il Simbolismo in Italia

Redazione
03/10/2011

Dal 1 ottobre 2011 al 12 febbraio 2012 Palazzo Zabarella di Padova ospita “Il Simbolismo in Italia”, con opere di Segantini, Previati, Boccioni e tanti altri

Il Simbolismo in Italia

La mostra della settimana
Dal 1 ottobre 2011 al 12 febbraio 2012 Palazzo Zabarella di Padova ospita “Il Simbolismo in Italia”.
A realizzare la mostra la Fondazione Bano insieme alla Fondazione Antonveneta, con Fernando Mazzocca, Carlo Sisi e Maria Vittoria Marini Clarelli, direttore della Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

Ad essere indagato il Simbolismo nella sua vicenda italiana a confronto con le opere degli esponenti europei, in particolare con l’ambito austriaco: ecco “Giuditta – Salomè”, di Gustav Klimt o “Il Peccato”, celebre capolavoro di Franz von Stuck.

Il pubblico potrà ammirare opere che, nel loro insieme, ricostruiscono quel dibattito sulla missione dell’arte che infuocò quegli anni di decisive mutazioni sociali. Opere che evocano ciò che aleggiava negli ambienti letterari e filosofici di Gabriele D’Annunzio o di Angelo Conti o nei cenacoli musicali devoti a Wagner, mentre le Esposizioni portavano in Italia i fermenti dei movimenti europei.

Proprio con una esposizione, la Triennale di Brera del 1891, si apre l’itinerario della mostra che presenta affiancate “Le due madri” di Giovanni Segantini e “Maternità” di Gaetano Previati, quadri che segnano la sintesi fra divisionismo e contenuti simbolici.

Segue una sezione dedicata ai “protagonisti“: gli artisti italiani e stranieri che parteciparono direttamente a quell’avventura poetica cresciuta intorno al Manifesto del 1886 di Jean Moréas e all’ “arte di pensiero” foriera della poetica degli stati d’animo.

Un paesaggio è uno stato dell’anima” scriveva Henry-Frédéric Amiel e a questo principio è ispirata la sezione che espone opere dove prevalgono, nella rappresentazione del paesaggio, la nebbia, i bagliori notturni, la variabilità atmosferica, le situazioni insomma più facilmente collegabili ai turbamenti psicologici. A prefazione di questo tema l’ “Isola dei morti” di Böcklin nella raffinata ed inedita versione di Otto Vermehren, affiancata dai dipinti di Vittore Grubicy, di Pellizza da Volpedo, di Plinio Nomellini.

Il “mistero della vita” è il soggetto della successiva sezione. Qui troviamo la rappresentazione di azioni quotidiane: la processione, le gioie materne, il viatico, la partenza mattutina. Emblemi di quell’ “artista veggente” che aveva il compito, secondo le teorie simboliste, di decifrare il mondo dei fenomeni e di cogliere le affinità latenti e misteriose esistenti tra l’uomo e la realtà circostante. Ecco i dipinti di Pellizza da Volpedo, Morbelli e Casorati.

L’ispirazione preraffaellita domina la pittura di Giulio Aristide Sartorio, Adolfo De Carolis realizza le aspirazioni figurative di D’Annunzio, Galileo Chini intesse sontuose e iridescenti allegorie, Leonardo Bistolfi interroga la Sfinge, Gaetano Previati riscopre nella storia il dramma di Cleopatra: le sezioni che illustrano il mito e l’allegoria propongono i capolavori di questi artisti mettendone in evidenza la portata internazionale attraverso il confronto con le opere di Gustav Klimt e di Franz von Stuck.

E’ nella sezione dedicata al “bianco e nero”, cioè alla nutrita produzione grafica degli anni fra Otto e Novecento, che meglio si comprende il dialogo degli italiani con la cultura figurativa mitteleuropea, impegnata ad indagare i più riposti sentimenti dell’uomo, i suoi fantasmi interiori. Spiccano in questa i fogli di Gaetano Previati, di Alberto Martini, di Romolo Romani, di Giovanni Costetti, di Umberto Boccioni, del giovane Ottone Rosai, che variano dall’allegorico, al fiabesco, al fantastico, all’orrido, confermando l’idea allora ricorrente che solo attraverso il disegno si riuscisse a preservare la spiritualità della visione dalle scorie della quotidiana esperienza.

Il percorso della mostra si conclude nella “Sala del Sogno”, che alla Biennale di Venezia del 1907 aveva consacrato le istanze e le realizzazioni della generazione simbolista creando una vera e propria scenografia affidata all’ingegno decorativo di Galileo Chini e agli artisti che, con la loro militanza, avevano contribuito ad alimentare le poetiche del ‘piacere’ e dell’inquietudine, della bellezza e del mito, della spiritualità e degli stati d’animo, sostenendole con tenacia fino alle soglie della rivoluzione futurista cui introducono due capolavori ancora simbolisti di Umberto Boccioni come “Il sogno (Paolo e Francesca)” e “La madre che cuce“.

www.palazzozabarella.it