Intervista a Marco Niccoli

La Galleria d’Arte Niccoli di ParmaLa Galleria d’Arte Niccoli a Parma è da quarant’anni una delle fucine più interessanti della cultura italiana e non solo.

Una storia di famiglia coltivata nel segno dell’amore per i libri e della passione per l’Arte, raccontata da Marco Niccoli che, insieme al fratello Roberto, prosegue la tradizione del padre nonché fondatore, Giuseppe Niccoli.

La vostra Galleria è stata inaugurata nel 1968, in un periodo “caldo” sia dal punto di vista sociale che storico-artistico. Com’è nata?
La nostra Galleria è stata inaugurata nel 1968 ma la sua storia comincia negli anni precedenti. Mio padre Giuseppe era agente librario, della Rizzoli, e dalla sua passione per i libri è nata l’idea di creare uno spazio aggiuntivo che facesse da appendice a una libreria già esistente. I libri con i quali era a contatto erano libri d’Arte e mio fratello e io siamo cresciuti respirando il loro odore mentre, su invito del papà, eravamo tenuti a riordinarli. La passione di nostro padre ci è stata trasmessa e l’ordine in cui mettevamo i libri è divenuto il filo conduttore della nostra attuale attività editoriale, che corre parallela e in accordo con le scelte della Galleria. È chiaro che al centro della nostra storia ci sono i libri e ancora oggi preferiamo rinunciare a un’opera piuttosto che a una nuova pubblicazione. Così, degli anni della mia infanzia è rimasto dentro il profumo delle pubblicazioni e l’incontro con gli artisti che frequentavano la Galleria. Ero un bambino negli anni ‘70 quando venivano Melotti, Vedova e Pietro Cascella. Ricordo una bellissima mostra di Michelangelo Pistoletto. Allora non era un artista conosciuto come ora e conservo ancora il ricordo della mia immagine riflessa in tutti gli specchi che componevano l’allestimento. Di Paloma Picasso ricordo l’impressione: quando arrivava c’era un gran fermento, oltre al fatto che era una donna molto bella. Infine Montanelli e Moravia presentavano da noi le loro fatiche letterarie.

Qual è stata la prima opera acquistata?
La Galleria è nata da una passione di mio padre, approfondita studiando da autodidatta, e si è sviluppata attraverso il gusto personale e le collaborazioni scaturite dagli incontri della vita. Non posso ricordare la prima opera acquistata, ma le prime scelte sono state sulla figurazione. Negli anni ’70-’80 è arrivata l’astrazione.

E la mostra che le è rimasta più impressa?
Sicuramente, in quegli anni, la mostra più sentita è stata quella di Fausto Melotti, nel 1973-1974, con sculture in ottone e metallo. Questa occasione ha determinato anche uno scatto in più per le scelte di mio padre. Ancora oggi la cita.

Nella vostra Galleria sono passati nomi celeberrimi della storia dell’Arte ma è stato dato spazio anche a personaggi e correnti meno note o meno accettate dal grande pubblico. Secondo quale criterio si basavano le scelte?
Il percorso della Galleria coincide con le esperienze e il caso della vita. Si cresce nel gusto e in consapevolezza, si decidono le linee da seguire e i rischi da correre. Quando mio fratello e io siamo entrati in Galleria, nella seconda metà degli anni ’80, dopo una lunga e sana gavetta, abbiamo mostrato attenzione per le avanguardie storiche del secondo Dopoguerra e per le correnti come Forma Uno, il MAC e l’Informale italiano, naturalmente sotto la regia di nostro padre. Così abbiamo proseguito quel lavoro di ordine a cui ci prestavamo da bambini. Il primato della Galleria Niccoli è quello di aver dato una cronologia e un valore alla Storia dell’Arte successiva alla Seconda Guerra Mondiale. Per farlo, ci siamo dedicati all’organizzazione di mostre e alla pubblicazione di testi rivolti non solo agli studiosi del settore. Il nostro obiettivo, forse un po’ snobbistico ma sincero, è quello di produrre cultura, attraverso i libri e l’Arte e al di là del mercato. A questo siamo stati educati da nostro padre, che già dopo vent’anni di attività godeva di una forte credibilità e rispettabilità nel settore. Grazie a questa credibilità per noi della seconda generazione è stato possibile esplorare il panorama dell’Arte e dare visibilità ad artisti qualitativamente ottimi, anche giovani o rimasti poco noti.

Tipo?
Luciano Bartolini, per esempio, autore di grande qualità ma poco noto. Grazie a un consenso crescente è stato per noi possibile compiere delle scelte trasversali. Credo che i galleristi siano degli artisti mancati, per cui ugualmente egocentrici e desiderosi di colpire il pubblico, a costo di scelte antieconomiche e meno propagandate, ma di qualità certa. La nostra non è una Galleria di grande mercato o di consumo dell’arte “cool”. Per paradosso, in questi tempi di crisi, noi torniamo di moda. Se il mercato ha paura di scommettere e investire, la credibilità ottenuta dal lavoro ci pone alla pari delle realtà più “à la page” e grazie a una produttività quarantennale siamo stimolati a tirar fuori una sana aggressività.

Quale opera non avrebbe mai voluto vendere?
L’elenco è lungo e una in particolare non c’è. Ho dovuto acquisire un metodo per “gestire” la Galleria ogni giorno. Mi sembrava un delitto vendere ciò che avevamo acquistato, poi abbiamo compreso che la vendita era un atto dovuto e necessario per l’Artista e la Sua Arte. E’ questo atto a favorire il processo del consenso allargato. Tuttavia, la prima che mi viene in mente è Figure Form di Conrad Marca Relli, un’Opera bianca e nera del 1958 che è stata da noi donata alla Peggy Guggenheim Collection di Venezia. Dopo una prima mostra monografica al Museo, l’Opera è stata esposta in diverse sedi prestigiose. Oggi ho un rimpianto positivo; ma per la visibilità dell’Artista è una grande soddisfazione vederlo stabilmente esposto a Venezia, dove oggi si trova.

La vostra è una Galleria “di seconda generazione”. Com’è cambiato negli anni il rapporto Gallerista-Artista?
Ogni rapporto è sartoriale, non solo nell’Arte, nasce e si arricchisce per empatie o simpatie. Ciclicamente, le Gallerie hanno viziato i loro artisti e certamente i nuovi mezzi di informazione e comunicazione hanno aumentato la ricerca e la notorietà, da internet alle numerose fiere, oggi addirittura Facebook. L’edonismo degli artisti difficilmente li porta a condividere il concetto di successo. Mi spiego. Oggi l’Arte viene considerata come un prodotto da vendere, con un particolare potere e valore che si concretizza proprio nell’atto dell’acquisto. Il potere di acquisto è determinato dal consenso e dalla richiesta che talvolta supera l’effettivo potere intellettuale dell’Opera. Ma è il lavoro sotterraneo della Galleria, con le pubblicazioni e le mostre, a determinare il sistema del valore nominale della difesa del valore artistico. Noi italiani siamo esterofili per eccesso, perciò è difficile che questo sistema venga del tutto attuato nel nostro Paese. Sono convinto che se Ettore Colla fosse stato americano avrebbe avuto tutta un’altra storia critica, così come Lucio Fontana.

A proposito dell’esterofilia, quando e come è nata la vostra collaborazione con il Giappone?
Si tratta di un’intuizione che ebbe mio Padre circa vent’anni fa. Negli anni ’80 il Giappone era in pieno boom economico e costituiva uno dei mercati più evoluti. Inoltre, è una nazione che ha sempre avuto un rapporto privilegiato con l’Italia. In quegli anni molti musei acquistavano Arte italiana, occidentale e americana. Da qui è nato il filone Italia-Giappone, con un reciproco scambio di artisti e mostre – artisti italiani nei Musei nipponici e viceversa –  molto utile nel favorire il mercato italiano su quell’asse.
Il processo in atto oggi vede un nostro spostamento dell’asse verso l’America, grazie all’Archivio Marca Relli. Per esempio a settembre la Galleria newyorchese Knoedler & Company dedicherà una mostra antologica a questo americano, di cui vantiamo l’archivio generale delle opere.

Quali crede siano gli sviluppi dell’Arte italiana nel Sol Levante?
Ho dei timori nei confronti dell’Oriente. Negli ultimi 15 anni realtà come la Cina o Dubai si sono molto avvicinate all’Occidente, ma mancherà sempre una piena comprensione dell’Arte e del linguaggio occidentale, dato che è del tutto differente dal decorativismo orientale. Prima di pensare a vendere, l’Europa dovrebbe fare delle mostre in cui spiegare i fondamenti e l’essenza dell’Arte Occidentale. Per questo sono convinto che l’asse più naturale rimanga quella tra Europa e l’America. Oltre all’acquisto, oltre alle mode, gli investimenti commerciali verso l’Est potrebbero rivoltarsi come boomerang. Una volta venduta, l’Opera d’Arte può divenire un capolavoro intendendone il linguaggio, oppure un prodotto che si esaurisce in se stesso se non se comprendono le potenzialità.

In che modo allora un’Opera d’Arte è un oggetto di lusso?
Il vero lusso per l’Arte è la consapevolezza di quello che si fa. Se sai veramente cosa sei o cosa possiedi sei un uomo ricco. L’Arte è un segnale, il grande campanello d’allarme di questa consapevolezza: non è necessario possedere un dipinto quotato, è attraverso i libri che si capisce cosa si potrebbe comprare o cosa sta accadendo. Allora anche il mercante diviene consapevole delle proprie forze e di quello che può mettere in campo.

Un successo costruito in passato. Quali le iniziative del presente e gli obiettivi del futuro?
La Galleria da sempre svolge un’attività di difesa e sostegno dei propri artisti. Strumento colto e indispensabile per promuovere la rete di rapporti in favore degli artisti e creare un mercato “ben fatto” è quello dei libri. Maggiore è la forza della propria credibilità, più forte è l’agio nei confronti di un artista da sostenere. L’ambizione di noi galleristi – ci piace che la gente ci chiami così, più che mercanti-, è quella di difendere prima del valore economico, il valore culturale e nominale dell’Opera. Dopo un viaggio negli States, alla fine degli anni ’80, mio padre comprò alcune opere di artisti italo-americani e americani, come Savelli e Scarpitta. Nel 1989-92 molte delle loro opere erano quasi dimenticate. Sette anni più tardi circa riuscimmo a concordare con Marca Relli l’acquisto del suo corpus pittorico, grazie anche l’amicizia che lo legava a mio padre. Una volta trasferito il materiale a Parma e dato origine all’Archivio, nel ’97 l’artista è tornato a vivere proprio nella nostra Parma, dove è morto e dove ancora risiede la sua famiglia. È dunque l’amicizia, la complicità, insieme al caso, a dare origine a importanti collaborazioni artistiche. Questo rapporto si intensifica nella stesura dei libri. Quando si realizzano, si approfondisce la storia degli artisti, la si completa, e si fornisce il miglior veicolo promozionale per la loro Arte. Quindi anche per il loro mercato.
Il nostro progetto editoriale è un’attività costosa e intensa. È un’attenzione verso l’aspetto propriamente  intellettuale. La Galleria fa molta attività esterna. A settembre uscirà una pubblicazione su Mauro Staccioli in collaborazione con la Galleria “Il Ponte” di Firenze. Sono 15 sculture monumentali che in questo periodo lo scultore sta allestendo a Volterra. Il progetto, che sarà completato a settembre, prevede un totale coinvolgimento con l’ambiente e con la gente del posto. Un lavoro in itinere, il cui “sapore” viene colto dalle fotografie scattate proprio in questo periodo. Nella speranza e con la convinzione che questo progetto valichi l’Italia. Mi eccita di più la redazione di un libro d’Arte che una vendita. È merito sicuramente di nostro padre e del “profumo dei libri” che respiravo da bambino; del resto “… solo i libri invecchiano in silenzio…”.

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Written by Francesca

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