Endurance, tra sport e natura

Intervista a Fausto FiorucciCome ogni primavera, sta per ripartire un’intensa stagione sportiva. In particolare, Luxgallery desidera approfondire il mondo dell’endurance, una delle discipline ippiche forse meno conosciute. Per farlo, si è rivolto a Fausto Fiorucci, vera anima dell’endurance in Italia e nel mondo e organizzatore, a Gubbio, dell’evento italiano della Coppa delle Nazioni, il prestigioso Circuito CEIO (Official International Endurance Competition), che in questa intervista racconta se stesso e il suo mondo. Un mondo fatto di natura, disciplina e soprattutto amicizia con il mondo arabo, che ha conosciuto come uno degli habitat che più sente e apprezza questo sport, l’endurance, definito anche “sport per sceicchi“.

Signor Fiorucci, lei è un dentista. Da dove deriva la sua passione per l’endurance?
Lo sport mi è sempre piaciuto, fin dal tempo della scuola. Mi sono dedicato alla corsa campestre, al ciclismo e al tiro con l’arco. In seguito ho lasciato momentaneamente la terra per il mare e sono stato un campione di pesca d’altura, in prevalenza di squali e tonni. Raggiunti tempi più maturi, mi sono chiesto: “Che fare ora?”.

Risposta?
Fu un amico a pronunciare la classica frase: “Datti all’ippica”. E così è stato. La prima volta in cui ho vissuto a contatto con i cavalli e il bestiame è accaduto durante alcuni viaggi da vero cow boy nella foresta Amazzonica, in Brasile, tra l’85 e l’88, dove ho anche sperimentato una settimana senza viveri e senza acqua in una zona dove nessun essere umano, tranne probabilmente primitive tribù indigene, era mai stato. Nel 1989, mi sono rivolto a un amico di Gubbio appassionato di cavalli per avere il miglior puledro maschio. Ho incontrato il mio cavallo Faris Jabar durante una competizione di morfologia che si svolgeva in quell’anno. In prima battuta non lo scelsi perché, ferito a una gamba, era difficile e pericoloso, ma in seguito si è meritato il suo nome, che letteralmente significa “cavaliere coraggioso”. Optai per Shamil, fratello di padre di Faris, arrivato terzo in quella gara. Da allora, ho cominciato a frequentare una scuola di equitazione e quindi ho acquistato due esemplari straordinari, una cavalla Elriza e finalmente Faris Jabar.

Quanto c’è di amore per il cavallo, di amore per lo sport o di amore per la natura nell’endurance?
Tutto ciò che ho fatto nella vita è stato dettato dalla passione, così come lo sport, che ho praticato da sempre in modo assiduo. Forse è nel mio Dna, dato che in famiglia vantiamo un olimpionico. Ho un amore innato per la natura. Fin da bambino ho percorso i monti di Gubbio “faticando”, ma con piacere, sui lunghi e ripidi sentieri. Amo la fatica. Per questo andavo a giocare lontano. Quando ho comprato la mia prima bici, a 21 anni, il giorno seguente ho percorso 135 chilometri da Gubbio a Riccione per andare al mare a trovare la mia fidanzata e lo stesso giorno con altri 135 chilometri sono tornato a casa. Ho coltivato fin da bambino il piacere vero della vita. L’amore per il cavallo nasce da questo e fare sport con lui è il modo migliore per stare immerso nella natura. L’eccellenza degli sport equestri per ottenere ciò è l’endurance, in cui cavallo stesso condivide con gli altri suoi simili il gioco, le paure, la libera competizione, le fughe, proprio come se fosse in branco e continuando a vivere un’esistenza in armonia con gli altri. Perché la fatica sana è quella che fa star bene.

Come definirebbe il suo cavallo o il suo rapporto con lui?
Faris è un cavallo che mi è entrato subito nel cuore. Con lui ho vissuto un modo diverso di fare sport, con Faris è nata, è esplosa, è rimasta una passione. Quello della pesca d’altura è stato un entusiasmo durato alcuni anni e poi abbandonato per la sua crudeltà. Dopo la lotta, la battaglia e il pericolo rimane la sofferenza dell’animale. Invece, l’anima dell’endurance è di faticare con il cavallo. Dopo 64mila chilometri di allenamento e 17 anni insieme, Faris gode di condizioni fisiche ottime e dimostra la sua contentezza e la sua volontà di correre ancora. Ed è già in preparazione per la prossima gara.

Un rapporto solido, il vostro…
Il mio rapporto con Faris Jabar è l’espressione massima del concetto di binomio cavallo-cavaliere. Più che di amicizia si può parlare di rispetto, di un’intensa collaborazione verso uno scopo comune e di una profonda fiducia, che nel mio caso dura da 17 anni. L’endurance e le mie scuderie vivono nella natura, a partire dal contatto con il cavallo. Come nel podismo e nel ciclismo, anche questa disciplina si basa su un’interazione sana e continua con l’esterno e ha il valore aggiunto di un rapporto esclusivo e solitario con il corpo del cavallo, che entra in empatia con te e con il mondo attorno. Attraverso il contatto dell’epidermide e dei muscoli, si riesce a ottenere una tale fusione da divenire un tutt’uno, in cui uno pensa per l’altro. Sono quelli gli unici momenti veri, introspettivi, della vita. E ciò che rimane è la fiducia e la competizione sana con te stesso e insieme agli altri, non sugli altri. La vittoria non è rilevante, ciò che conta è che i sacrifici e il tanto lavoro vengano coronati dal giusto risultato.

Come è arrivato all’organizzazione di un evento così importante per l’Italia e per l’Europa come la Coppa delle Nazioni di Gubbio?
Nei primi anni ‘90, partecipando a delle competizioni, mi sono accorto che il settore necessitava di migliorare la propria organizzazione, il che fa parte della mia natura: quando inizio una cosa mi piace farla bene. Comincio per passione e proseguo per un obiettivo, che il più delle volte mi porta a migliorare la realtà in cui mi trovo. Per questo nel 1994 iniziai a organizzare le più prestigiose manifestazioni agonistiche internazionali di endurance in Italia. Dopo un periodo di dedizione completa allo studio della preparazione atletica e della ferratura dei cavalli sportivi e dopo incontri internazionali con Federazioni, organizzatori di grandi eventi e Chef d’Equipe ritornai a organizzare nella mia città gare ad altissimi livelli, tese a esaltare il binomio cavallo-cavaliere come avevo avuto modo di apprezzare entrando in relazione con il mondo arabo e con la loro cultura equestre, e tese anche a dare la giusta dignità ad atleti che così tanta fatica e dedizione dedicano a questo sport.

Risultato?
Il risultato di questi sforzi è appunto la Coppa delle Nazioni, competizione intercontinentale per squadre nazionali che integra e completa il lavoro di tutte le Federazioni che prima avevano solo un appuntamento annuale per poter presentare un’unica squadra composta di soli quattro elementi. Negli eventi di Gubbio fondamentale è il rispetto per il cavallo; per questo ho voluto creare un percorso di gara in cui in qualsiasi punto, proprio per il rispetto che imperativamente dobbiamo avere per gli animali, si possa arrivare con un’ambulanza che ne permetta in ogni momento le giuste e immediate cure. Inoltre, nell’area adiacente il cuore della manifestazione funziona una clinica prontamente utilizzabile e completa di macchinari per qualsiasi cura d’urgenza.

La sua è una carriera costellata di successi: qual è stato quello che ha ottenuto con maggiore difficoltà o che ritiene il più grande della sua carriera?
Non ho mai pensato di dover faticare per ottenere un successo, il maggiore stress l’ho subito proprio quando giocavo in casa, ai Campionati Europei, dove la vittoria era imposta dalla presenza degli altri. Per questo l’ottimo risultato, la medaglia d’oro individuale e a squadre, non ha corrisposto a una completa soddisfazione. Al contrario, la mia più grande soddisfazione è stata la medaglia d’argento individuale al Campionato del Mondo di Dubai dove, pur potendo vincere, ho preferito non chiedere l’ultimo sforzo, quello decisivo, al mio Faris perché in quel tempo l’essere arrivato a competere con la due volte campionessa del mondo Valerie Kanavy, a dispetto di tutta la mia Federazione che non credeva nelle mie possibilità, era già per me come essere arrivato sulla Luna. Essendo partito nelle ultime posizioni, affrontai il percorso che mi condusse in testa alla gara non basandomi sugli altri ma vivendo la mia avventura esclusivamente insieme a Faris.

In simbiosi con il cavallo, dunque…
Mi ero estraniato a tal punto dalla realtà che mi accorsi di essere passato sotto l’unico albero del percorso solo per l’improvviso variare della temperatura, ma non certo perché l’avessi visto; mi accorsi in quel momento per la prima volta che, visto il mio tipo di vita, i miei unici veri momenti di introspezione li vivevo proprio con Faris, fidandomi completamente di lui, come sicuramente avrà fatto lui quando mi rendevo conto che correva fidandosi completamente di me. Questa è libertà, non dover dimostrare nulla agli altri ma essere padroni di se stessi. Sono convinto che esista una profonda differenza tra il vincitore e il campione. Io preferisco non vincere, perché di vincitori ce ne sono mille e ogni giorno. Ma di campioni ne nasce uno ogni cento anni, e lo è dentro.

Quale il percorso più amato?
Il mio cavallo Faris è una creatura estremamente versatile, perciò ogni percorso misto e vario è bello da percorrere insieme a lui. Ho vinto nel deserto e ne sono rimasto affascinato fin dalla prima volta che l’ho vissuto, ma fin da bambino amo il verde dei boschi e dei prati, in cui cavallo e cavaliere possono correre in competizione con la natura. E per natura intendo me stesso, il cavallo ma anche le gaggie e i caprioli.

Può darci qualche anticipazione della prossima gara di luglio? Quali le tappe?
A Gubbio, oltre alla Coppa delle Nazioni Seniores, quest’anno si terrà la prima edizione della Coppa delle Nazioni per Young Riders. Inoltre, quest’anno la Fondazione Nuova Umanità, al cui vertice c’è il sacerdote libanese Don Adel con la sua ambasciatrice Valentina Verani, sarà vicina alla nostra organizzazione. Con questa sinergia, la competizione di Gubbio si propone di essere il simbolo dell’unità tra i popoli, con un’attenzione particolare verso il mondo arabo. L’occasione sportiva diventa quindi un momento di conoscenza e di interfaccia con la cultura altrui. Attraverso i cavalli, l’osservatore attento può riapprendere il linguaggio del corpo, così da poter sviluppare di nuovo un dialogo con popoli di lingua e costumi differenti, così che dalla migliore conoscenza reciproca può nascere quel rispetto che anche tra religioni diverse potrà trovare un’alternativa alle guerre.

Ai suoi eventi, e in generale nel suo sport, si confrontano importantissime personalità del mondo arabo. In che maniera interagiscono le due culture?
I miei princìpi sono quelli del rispetto e della amicizia, per la natura e per gli uomini. Il mio rapporto con il mondo arabo è bellissimo. A dimostrazione della capacità di relazione di cui è artefice lo sport, nelle mie scuderie si sono incontrati e hanno vissuto insieme una settimana tre cavalli di Abu Dhabi con altrettanti di Israele. Inoltre, sono stato spesso ospite delle famiglie reali del Golfo. Intendo dimostrare che lo sport è lealtà e sincerità e l’obiettivo comune deve essere quello di condividere delle esperienze per conoscerci e saper convivere. E quale modo migliore di uno sport pulito, puro e sincero?  Per questo mi è stato attribuito dal Rotary International il “Paul Harris Fellow” per lo sforzo nel promuovere una migliore comprensione reciproca e amichevoli relazioni fra popoli di tutto il mondo.

In sana competizione, dunque…
La competizione va intesa come una sana lotta con se stessi, gli altri sono di confronto. Non si tratta di vincere su qualcuno, si tratta di compiere un percorso faticoso ma in salute, e arrivare positivamente al limite delle proprie forze purché questo sia utile e costruttivo per la volta successiva e non decida la fine della carriera agonistica. Se con questo si arriva alla vittoria è l’ideale, ma non bisogna cercare la vittoria al di sopra di tutto e di tutti. L’ideale è poter sempre dire: “Alla prossima volta!”

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Scritto da Francesca

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