Il collezionista di suoni

Luxgallery incontra E. Catemario
Luxgallery ha incontrato Edoardo Catemario, musicista italiano di fama mondiale che, con la sua chitarra, ha calcato i più importanti palcoscenici del mondo stregando grandi e piccini con il potere delle sue note.
Innovatore e anticonformista, Catemario fa della ricerca del suono perfetto la sua missione, tra emozione e approccio neoplatonico.

Chitarrista estremamente versatile, passa con disinvoltura dal repertorio romantico a quello barocco, al novecento storico alla musica contemporanea e d’avanguardia. Il suo repertorio include un’enorme quantità di pezzi solistici, oltre che la quasi totalità del repertorio da camera e 42 concerti per chitarra e orchestra.

Collezionista di strumenti antichi di alta fattura, con cui regolarmente suona, Edoardo Catemario possiede chitarre preziose tra le quali spiccano strumenti di grandi maestri di scuola spagnola costruiti tra il 1890 e il 1940: Garcia, Simplicio, José Ramirez I, Pascual Viudes, Ibañez, Nuñez, Galan e nell’intervista ci spiega il perché di questa sua straordinaria passione.

Come mai ha deciso di scegliere come strumento la chitarra?
Il perché ho deciso di suonare la chitarra non lo so. Forse per la fragilità di questo suono, che va costruito con precisione e dove la tolleranza di errore è bassissima. In fondo, è uno strumento con una corda di 1,3 mm e non prendere una corda significa quindi sbagliare di solo 1 millimetro e 3. Per questo motivo tutti gli studenti di chitarra devono partire da un livello medio alto e devono essere grandi virtuosi. La chitarra è uno strumento che prevede il virtuosismo come base ed è solo da una base tecnica assolutamente solida che si possono costruire ipotesi di bellezza. Insomma, quando suoni uno strumento ci deve essere qualche cosa che scatta a livello fisico e uditivo ed è quello che a me è successo con la chitarra, tutto il resto è stato naturale.

Come si diventa musicisti?
Io sono nato in una famiglia dove mio padre suonava 16 strumenti diversi, tutti malissimo tra l’altro. Così, quando io ho cominciato a provare a suonare le sua chitarra lui mi ha fermato e mi ha detto: “Abbiamo già abbastanza amateur in famiglia, se vuoi suonare uno di questi strumenti allora lo devi studiare“. Così è iniziata la mia storia. Una storia che mi ha visto studiare pianoforte con quella che, forse, era la più grande musicista che avevamo in quel momento a Napoli, che era molto anziana e mi ha permesso di costruire un bagaglio tecnico forte e solido e di avere delle basi molto sicure, condizione indispensabile per poter oggi giocare con la musica e scegliere cosa voglio effettivamente fare.

Quale musica, allora?
Barocca, contemporanea o rinascimentale non è un grosso problema, tanto è vero che la mia carriera mi ha portato a insegnare musica da camera piuttosto che chitarra perché non fa differenza. In realtà, la chitarra si presta a un progetto estetico che ha un senso assolutamente naturale nella mia testa e non faccio altro che copiare delle idee preesistenti prendendone coscienza e comunicandole agli altri. Il potere della musica è proprio quello di saper aprire delle porte che teniamo chiuse per proteggerci dal dolore ed è per questo che, di tanto in tanto, capita che le persone si commuovano durante un concerto di musica classica: perché all’improvviso il potere evocativo è talmente forte che mette in condizione di entrare in contatto con degli strati più profondi del proprio io. La musica non è il significante, è l’evocativo, il se.

Qual è il pubblico che le ha dato più soddisfazione?
Io sono stato fortunato, ho avuto delle straordinarie dimostrazioni d’affetto in situazioni completamente diverse. Il pubblico del Musikverein di Vienna in piedi, acclamandomi. L’emozione che si prova davanti a un pubblico così selettivo è incredibile, tanto che la sesta volta che mi hanno richiamato sul palco avevo le lacrime agli occhi. Incredibile poi l’esperienza di qualche mese fa al Sidney Myer Music Bowl di Melbourne, dove ho suonato davanti a 13500 persone, un tifo da stadio, la prima volta in vita mia. Allo stesso tempo non dimenticherò mai quando ho suonato in Cile. Era il 1991 e valeva ancora la pena di lottare, così avevamo creato il “treno arcobaleno della musica”, con cui sono capitato in un posto che, nel mio immaginario, si avvicina all’inferno: una miniera. Bene, i lavoratori di quella miniera, che non potevano pagarmi, mi hanno regalato un mural in cui era rappresentato un angelo vestito con il tricolore che suonava la chitarra e ogni corda finiva su un villaggio delle Ande. Forse proprio perché la chitarra parla al cuore della gente ho avuto una carriera davvero fortunata.

Qual è l’opera che maggiormente la emoziona?
Quella che ancora devo studiare.

… e l’artista?
Ce ne sono davvero tanti, mi piace tutto, sia quello che non posso e sia quello che posso suonare. Tra quelli che posso interpretare sicuramente il preferito è Bach, l’ultima occasione dell’umanità di sentire e capire allo stesso modo con la stessa percentuale. In Bach la ragione e il sentimento vanno insieme e questo è un privilegio della fine del barocco che non si è più ripetuto. Oltre a Bach mi piacciono i grandi classici viennesi, sopra tutti Schubert, e poi c’è l’opera italiana, Puccini, o contemporanea sudamericana come Piazzolla. Insomma, mi piace praticamente tutto e questo è dimostrato dal fatto che ho suonato generi davvero diversi: dall’ultracontemporaneo a quello minimalista fino al più classico dei repertori. Ciò che non mi piace, non lo interpreto.
 
Qual è lo strumento storico che le piace di più? E, pensando alla sua collezione, a quale è più legato o quale è più orgoglioso di avere?
Io sono un collezionista di suoni. Scelgo i miei strumenti per il suono, non per l’etichetta, e questa è una differenza enorme. Perciò io ci tengo a dire che la mia non è una collezione di strumenti. Tutto ciò che entra in collezione da me non viene venduto perché vuol dire che sono opere d’arte che piacciono a me. Ovviamente c’è una chitarra alla quale sono più legato, è legata a me dal 1988 e ci ho vinto i premi più importanti. Oggi una buona parte di musicisti sta riscoprendo la magia degli strumenti vintage, ma vent’anni fa, quando io ho cominciato, un collega allora molto più famoso di me mi disse: “Ma perché butti via i soldi per prendere uno strumento vecchio?” . Lui non vedeva la qualità dell’oggetto sonoro. Lo strumento antico, invece, ha una serie di qualità che uno moderno non possiede semplicemente perché non è stato suonato abbastanza e quindi ha una serie di manchevolezze strutturali.

Francesca Zottola

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Written by Francesca

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