Dolce & Gabbana confidano a chi andrà in eredità il loro brand

I maghi siciliani del pizzo e del Made in Italy si dicono soddisfatti per come sono andate le cose nel corso degli anni

Dolce & Gabbana hanno rilasciato un’intervista esclusiva a L’Economia. I maghi siciliani del pizzo e del Made in Italy si dicono soddisfatti per come sono andate le cose nel corso degli anni, e per come si stia tutto man mano trasformando mantenendo comunque un’identità ben riconoscibile. «Siamo stati sorpresi da Paesi come Brasile e Messico che corrono molto più del previsto.Ma anche la Cina si sta riprendendo. Dopo gli errori le cose si fermano ma poi tutto ricomincia. I nostri abiti restano un sogno tutto italiano per i nostri clienti nel mondo» 

Dolce&Gabbana hanno mai litigato?

Alla domanda del giornalista se avessero mai litigato durante gli anni e di come fosse iniziato il loro impero, sono susseguite risposte piuttosto interessanti.
DOLCE: «C’è affetto, grande rispetto e stima. Abbiamo gli stessi occhi, vediamo le stesse cose, vediamo il ruolo dell’imprenditore nello stesso modo. E poi, noi siamo un po’ come la Coca Cola, non possiamo scindere i due nomi, da separati il nostro lavoro perderebbe senso».
DOLCE: «Ci conosciamo dal 1980, due anni dopo abbiamo iniziato assieme come consulenti per clienti come Marzotto, Max Mara, Lebole, facevamo 13 consulenze a stagione. Forse non sempre le persone sono state oneste con noi. Ma noi avevamo un sogno. Lavoravamo assieme nello studio dello stilista Giorgio Correggiari, ci siamo staccati e nel 1984 abbiamo fondato la Dolce&Gabbana. Io ero figlio d’arte, mio padre faceva il sarto a Polizzi Generosa dove sono nato, mia madre dava una mano nell’emporio di abbigliamento e tessuti».
GABBANA: «Siamo partiti con 2 milioni di vecchie lire, mettevamo via i soldi per rinvestirli nell’attività, nel nostro progetto di bellezza. All’inizio ci consigliavano tutti di farci prestare i soldi dalle banche ma l’idea ci faceva paura. Così, tutto quello che abbiamo fatto lo abbiamo finanziato da soli e siamo molto felici. Arrivo da una famiglia semplice. Mia madre faceva la portinaia e mio padre l’operaio a Milano. Loro mi hanno tramandato valori forti che ho trasmesso all’azienda. Non immaginavamo di costruire tutto questo, volevamo solo confezionare dei bei vestiti, facendolo bene, con amore. Tutto quello che ci circonda lo abbiamo realizzato noi, dalle tazzine, ai quadri fino ai mobili e ai vestiti».

A chi lascerebbero la loro azienda?

Ecco altre risposte interessanti dei due stilisti alla domanda del giornalista su come si immaginano il futuro del gruppo e a chi eventualmente lo passerebbero.
GABBANA: «La nostra idea è proprio di lasciare spazio agli altri che lavorano con noi, dipendenti e famiglia. Il mio modello è Hermès, dove la dinastia è tornata in forza al timone e non si è affidata ad altri stilisti. Oppure, in altro settore, come la Ferrero. Passano le generazioni e la famiglia resta. Noi lasceremo un Dna al nostro gruppo di lavoro, cioè ai nostri stilisti interni che sono il cuore dell’azienda e lavorano con la nostra piena fiducia. Poi c’è la famiglia, i fratelli di Domenico: Alfonso e la sorella Dorotea».
DOLCE: «Ho già due nipoti nel gruppo. Christian e Giuseppina, i figli di Dorotea, che hanno circa 40 anni. Il primo è a capo degli accessori mentre la seconda guida l’Alta Moda. Dopo di noi preferiremmo che non arrivasse lo stilista straniero che cambia tutto, il nostro desiderio è che ci sia continuità. Vogliamo lasciare dei codici alla famiglia che potrà reinterpretarli. Ma nello stesso tempo vorremmo lasciare spazio ai giovani che già lavorano qui affinché Dolce&Gabbana non diventi un marchio morto. Dopo di noi toccherà a loro raccontare nuove storie ai clienti, narrare se stessi con la loro personalità ma i nostri codici. Con disciplina e rigore».

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Scritto da Erika Barone

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