Come ti cambio la notizia

Lo strano caso del Calibro 1887 della TAG Heuer

Prima di tutto riepiloghiamo quello che è successo. Lo scorso 4 dicembre la TAG Heuer ha festeggiato i suoi 150 anni di storia. Un traguardo importante, specie se visto non solo nell’ottica della durata di per se stessa, quanto in quella della continuità: la sua produzione infatti non si è mai interrotta, anzi, ha subito un continuo e costante incremento in qualità ed in quantità. Questa era e rimane “la notizia”.

Per dare la giusta importanza a questa data storica, la Casa di La Chaux-de-Fonds, ha deciso di organizzare un evento presso la sede di uno dei suoi partner storici, la McLaren a Londra. Ovviamente solo centocinquanta invitati, lo stesso numero degli anni celebrati, scelti tra la stampa mondiale che vive in simbiosi con la TAG Heuer stessa, quindi non solamente orologiera, ma anche legata alla Formula 1, non a caso ospite d’onore era Lewis Hamilton, al Golf, dove Tiger Woods rimane uno dei suoi uomini immagine (ma non era presente, con grande sollievo o cruccio, a seconda dei casi, delle signore), al mondo del cinema e dello spettacolo.

Durante la serata, a fare da ulteriore e indispensabile cornice, Jean-Christophe Babin, presidente e Ceo della TAG Heuer, ha fatto ben tre diversi annunci: il primo riguarda il nuovo libro, dal titolo “TAG Heuer 150 Years – The Book” (inutile che pensiate alla poca fantasia del titolo, sono svizzeri e vedono la luce del sole trenta giorni all’anno), edito dalla Assouline, nel quale viene tracciato il cammino storico del produttore; il secondo è la presentazione di un modello celebrativo, la riedizione del cronografo Silverstone, che verrà realizzato in soli 3.000 esemplari a partire dal prossimo anno; il terzo annuncio riguarda la fine dello sviluppo di un nuovo movimento cronografo di manifattura, che vedrà ufficialmente la luce a partire dal prossimo salone di Basilea.

Questi tre annunci sono avvenuti davanti ad un novero di giornalisti importanti, ma nella maggioranza dei casi poco o nulla avvezzi alle leggi della tecnica orologiera. A questo punto urge una premessa: un esperto di cinema probabilmente non conosce, né vuole conoscere, la differenza ad esempio tra un orologio automatico ed un quarzo: il limite non è “suo”, al contrario è “nostro”, che alle volte viviamo perfino “troppo” immersi nelle lancette. Quindi le parole scelte da Babin per questi tre annunci sono state ovviamente brevi e limitate al “cuore” stesso della notizia.

Fin qui la storia. Quello che è successo dopo invece è un perfetto esempio di “saltafosso” (chi ha letto Montalbano lo può capire, per gli altri è una buona occasione per leggerlo), ovvero: per il celebre commissario si tratta di un trucco architettato ad arte per far incorrere i sospetti in errore, nel nostro caso il trucco è stato usare solamente una piccola parte della notizia per crearne una del tutto nuova, diversa dalla precedente non soltanto nell’oggetto, quanto soprattutto nel fine, ma anche in questo caso in grado di far incorrere tutti i lettori in errore.

Ad averne approfittato è un celeberrimo commentatore, il quale appreso di non essere tra gli invitati (può succedere), ha cercato e trovato un buco comunicativo. Chi ha letto qualche blog di orologeria sa bene di cosa stiamo parlando, ovvero delle critiche, neanche troppo velate, rivolte alla TAG Heuer per aver nascosto le origini Seiko proprio del suo nuovissimo movimento cronografico, che così non risulterebbe più essere di manifattura. Ovviamente nel pubblicare e poi diffondere la notizia in rete, praticamente nessuno si è preoccupato di capire come stavano effettivamente le cose: era certamente più divertente sparare a zero sul gigante orologiero (specie in un momento come questo dove la crisi diminuisce i budget e aumenta le amicizie), piuttosto che cercare di capire la verità.

Tanto più che quest’ultima è molto più semplice e ovvia di quanto potremmo solamente immaginare: il nuovo movimento cronografo è fatto realmente in manifattura, in quanto ci sono degli ingegneri della TAG Heuer che lo hanno sviluppato, degli orologiai che lo hanno messo a punto, dei meccanici che ne curano la costruzione “in house” di ponti e platine, degli altri orologiai che lo montano. Tutto ciò è stato fatto aprendo una nuova unità produttiva a Cornol, acquistando macchinari dedicati dalla Fleury, utilizzando lo scappamento completo della Nivarox e assumendo in Svizzera circa 50 nuove persone in un momento nel quale tutti “fuori” licenziano. Come idea base si è scelto di servirsi del cronografo della Seiko, del quale sono stati correttamente acquistati i diritti intellettuali di produzione, sviluppandolo in maniera autonoma e modificandolo poi completamente “per renderlo adatto –a parlare è Babin- ad un movimento svizzero (bilanciere, spirale, ruote, ancora). Per fare questo abbiamo dovuto cambiare la platina e i ponti, in particolare il ponte del cronografo e il cuscinetto della massa oscillante”. Un movimento quindi nuovo, assolutamente di manifattura, prodotto in Svizzera (se poi vogliamo aprire la guerra giornalistica sullo Swiss-Made non c’è problema, siamo pronti, ma allora ognuno si prenda le proprie responsabilità) e qualitativamente in linea con le caratteristiche proprie della TAG Heuer. Che non si sia comunicato tutto questo con dovizia di particolari durante la cena di Londra non dovrebbe meravigliare nessuno, visto che si celebrava e si parlava di tutt’altro, mentre la presentazione ufficiale e tecnica del calibro era palesemente calcolata per il Salone di Basilea (dove vanno i giornalisti specializzati).

Per quanto riguarda poi le “origini intellettuali” giapponesi, la polemica andrebbe ricollocata in maniera più corretta e intelligente. Impossibile non pensare, a questo proposito cosa disse circa un paio di anni addietro Stephan Belmont, Direttore Marketing della Jaeger-LeCoultre, parlando del loro nuovo movimento cronografo: «Conoscevamo il meccanismo a innesto descritto dal libro di R. Meis, Chronographen Armbanduhren e del cronografo Seiko 6139A (lanciato nel 1969) che ha lo stesso tipo di innesto verticale. Questi meccanismi ci hanno ispirato nelle nostre costruzioni». Se ‘la fabrique’ in persona si ispirò al cronografo della Seiko, appaiono evidenti due cose: questo movimento funziona bene (che è poi quello che ogni utilizzatore vuole e ogni produttore cerca); non esistono particolari preclusioni affinché un’idea nata al di fuori della Svizzera possa essere utilizzata all’interno del piccolo paese orologiero.

Ma allora perché è stata fatta tutta questa polemica: non siamo riusciti a capirlo. Forse perché, come diceva Woody Allen nel ruolo del marito della sorella di Hannah: “il cuore è veramente un muscoletto molto elastico”, ed in questo caso più che per una inesistente mancanza di manifattura, ha sofferto per una colpevole mancanza di desco conviviale. Comunque sicuramente da oggi in poi Babin presterà più attenzione alla lista degli invitati, mentre questa “non storia” certamente rimarrà nel futuro come un monito solenne a non intaccare “l’onore” dei giornalisti d’oltralpe.

Paolo Gobbi

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