Bonetto, design e unicità

Stile per una creatività senza crisiDopo il Salone del Mobile 2009, Luxgallery incontra Marco Bonetto, leader del Bonetto Design Center, uno tra gli studi di stile più importanti a livello internazionale, nonché erede di Rodolfo Bonetto, gigante della storia del design.

Partiamo dai suoi primi passi nel mondo del design…
Negli Anni ’80 ero un pilota di auto di rally con una grande passione per i motori  e la mia  famiglia è sempre stata nel mondo dell’auto:  mio zio, negli Anni ’50, era un famoso corridore, Felice Bonetto;  suo figlio è stato fino a pochi anni fa vicedirettore della rivista Quattroruote e tra gli esordi di mio papà nel design ci fu la carrozzeria, con Vignale e Boneschi. Quando decisi di entrare nel mondo del lavoro vero e proprio, ero più interessato al marketing e al management e così mio padre mi mandò a lavorare per un anno e mezzo presso l’agenzia di pubblicità di un suo amico. Nell’84 feci il mio esordio nello studio di papà, con un ruolo manageriale.

E suo padre?
Lavorare con mio padre non è stato molto facile: era una persona adorabile e molto umana, ma sul lavoro inflessibile e il fatto di essere suo figlio, all’interno di uno studio con molti collaboratori, non era un privilegio, anzi semmai ero sempre “l’ultima ruota del carro”, ero la persona a cui non era concesso sbagliare. Quando mio padre si ammalò di colpo, nel 1990, nel giro di pochissimi mesi fece una sorta di silenzioso passaggio di consegne. Morì nel marzo del ’91 e allora io, il figlio del nome autorevole, mi confrontai con quanto si diceva allora: “Il figlio di Bonetto non ce la farà mai a portare avanti l’attività di Rodolfo Bonetto”.

Una scommessa vinta…
Assolutamente sì. Nel primo, faticoso anno cambiai tutti i collaboratori perché abituati a lavorare in una maniera diversa, dato che io e papà avevamo due visioni opposte. Lui era un grandissimo accentratore, quindi “designer Rodolfo Bonetto con i collaboratori”, mentre io intendevo creare un Centro Stile, con un’immagine di gruppo. In questo velocissimo passaggio di consegne cercai di mantenere i clienti, ad esempio Fiat Auto, con cui c’era il rapporto molto personale tra mio padre e la famiglia Agnelli; mi affidarono un progetto molto piccolo: volevano continuare la collaborazione con me ma, per loro stessa diretta ammissione, temevano non fossi in grado di farcela.

Come andò?
Non solo riuscii a fare quello, ma me ne diedero degli altri e con questa veste nuova divenni uno dei partner ufficiali di stile del gruppo Fiat per moltissimi anni. Decisi di puntare sul settore auto un po’ per passione mia e un po’ perché abbiamo questa configurazione di specialisti sul design degli interni auto, cosa che in pochi facevano e fanno tutt’oggi. Da Fiat passai ad Audi, Volkswagen, Subaru, McLaren, ampliando moltissimo il parco clienti, la struttura e l’organizzazione. Nel 2005 decisi di aprire un ufficio a Pechino, viste le condizioni favorevoli di mercato che si erano presentate, e più recentemente un ufficio a New York. Oggi parliamo di Bonetto Design, un marchio della società Design Center che, a sua volta, ha il marchio Bonetto Design e il marchio Rodolfo Bonetto.

Perché la Cina?
Quattro anni fa ho cominciato a interessarmi al mercato cinese che ha un proprio, gigante bacino di produzione interno. Mi sono buttato nel vuoto e dopo sei mesi è arrivata una grossissima commessa per un produttore di autobus di lusso, per il quale abbiamo disegnato interni ed esterni e da lì è partito tutto. Oggi, la Cina rappresenta quasi il 50%del nostro fatturato.

Un progetto strategico solo sulla Cina questo del lusso?
Da due anni ci dedichiamo anche a un’area di personal design per un target altissimo, che vuole l’unicità del prodotto, dalla personalizzazione dal private jet, allo yacht, alla Ferrari. Ma arriviamo anche a oggetti più piccoli come una borsa, fino a un intero ambiente di lavoro. Creiamo per “girare con qualcosa di preziosissimo che ho solo io”. L’idea è nata proprio in Cina. Avevo conosciuto un cinese trentottenne, quasi annoiato perché durante un cocktail, una sera, si lamentava di non sapere come spendere i suoi soldi. Io iniziai parlando di unicità. Per scherzo  comnciai a incalzarlo dicendo che la quantità di veicoli del suo parco auto – 15 Ferrari, Bentley, Porsche, Rolls Royce – lo metteva al pari dei suoi ricchissimi amici. Nacquero allora le prime idee e, dopo un mese, mi ricontattò per invitarmi a Shanghai per parlare di un progetto per un’automobile completamente personalizzata, interni ed esterni, il che si rivelò abbastanza divertente: alla presentazione del veicolo, questo signore organizzò uno show con alcuni amici.

Qual è, l’oggetto di design ”cult” che avrebbe voluto disegnare?
Ce ne sono tanti, dalla radio di Brionvega fatta da Zanuso alla poltrona sacco di Zanotta, che ho rivisto ancora con piacere durante il Salone del Mobile ed è un oggetto straordinario. L’oggetto di cult oggi è molto più difficile da realizzare e, guarda caso, la maggior parte dei prodotti sul mercato è una riedizione di prodotti storici degli anni ’60-’70, tra cui alcune cose realizzate da mio papà. Oggi c’è meno tempo per riflettere, la produzione è vastissima, come si è visto al Salone del Mobile e a Euroluce: è stato fatto di tutto di più ed è difficile tirare fuori oggi un oggetto nuovo, perlopiù di cult, così come accadeva allora.

A proposito di stile, matita o computer? E tra Industrial design e settore automobilistico, qual è l’ambito che meglio rappresenta il made in Italy?
Per me non è cambiato nulla, siamo ancora alla matita e la tecnologia di oggi non sono che strumenti che facilitano il lavoro e accorciano i tempi del processo di progetto; danno un grado di rappresentazione che è estremamente superiore a 30 anni fa, ma la realtà è che la prima idea nasce sempre in testa. Gli strumenti non sostituiscono la testa: il cervello trasferisce la prima idea a una matita e da lì passa su un foglio bianco. Quanto al made in Italy, direi che nel settore automobilistico, in particolare nell’ultimo decennio, abbiamo ottenuto dei grandi risultati e lo stile italiano è sempre molto desiderato dalle aziende che richiedono un prodotto molto raffinato. Da Giugiaro, che da quasi 50 anni crea delle automobili stupende, a un carissimo amico e allievo di mio padre, Walter De Silva, oggi a capo del design di tutti i marchi del gruppo Volkswagen. Italiano, ha una cultura italiana di industrial design e dà la sua interpretazione di stile sulle automobil in un territorio tedesco, di cultura tedesca. Un grandissimo risultato perché Audi, da quando c’è De Silva, ha conquistato straordinarie quote di mercato e quella è un’impostazione di stile italiano, richiesta tantissimo in Cina.

Se non fosse un designer sarebbe…
Un grande chef, di quelli un po’ particolari… Strano eh? Mi piacerebbe una “baracchina” su una spiaggia bellissima, con pochi posti, molto elegante, dove preparare pochi piatti selezionati, molto buoni e molto italiani ovviamente. Cucino benissimo, mi rilassa molto, anzi mi sto attrezzando per avere una cucina da ristorante, perché mi piace invitare gente e preparare. Una volta all’anno organizzo un “Festival della Pasta” per gli amici – 5,6,7,8,10 primi differenti – che piace moltissimo.

Paola Perfetti

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Written by Francesca

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