2 – Greco di Tufo DOCG: profumi, aromi e Storia

Come degustare al meglio questo nettareFruttato, minerale, ideale per accompagnare i piatti a base di pesce, crostacei, frutti di mare. Imperdibile con il sauté di vongole e cozze o con l’impepata di cozze. Ottimo con i calamari.
È il Greco: il Greco di Tufo.

Vino del Sud, venuto dal sud, lontano, che porta sulle nostre tavole, insieme a profumi e sapori unici, un patrimonio di storia che solo i grandi vini del sud possono vantare.
Un vitigno antico: a Pompei, in un affresco risalente al I secolo a.c. è espressamente menzionato il “vino Greco”.

Greco, il vitigno; Greco, il vino.
Il loro nome tradisce l’origine. VIII secolo a.c.: i Greci iniziano ad espandere il loro dominio anche fuori dal loro confine. Sbarcano nelle vicine coste dell’odierna Calabria. Sbarcano sulle spiagge partenopee.
Con loro, portano le preziose barbatelle dei loro vini, che qui, nelle nuove terre, trovano habitat particolarmente favorevoli. In Calabria, dove oggi si coltiva il Greco Bianco, e sui terreni vulcanici del Vesuvio. All’inizio fu solo Napoli.

Ma ben presto, i coltivatori portarono questo grande vitigno a bacca bianca anche nel retro terra, sulle colline intorno all’attuale paese di Tufo. Provincia di Avellino, cuore dell’Irpinia. Un nome da molti ricordato per il terribile terremoto e non per i grandi vini che nascono in questo territorio. Tre grandi DOCG racchiusi in pochi chilometri: Greco di Tufo, Taurasi, Fiano di Avellino, un primato che poche provincie italiane possono vantare. Anche le più blasonate.

Tufo: Territorio difficile, duro, scontroso. Un paesaggio montano, solcato da strette vallate, che non ti aspetteresti di trovare a queste latitudini. Un territorio povero, ma che dalla sua povertà è riuscito a creare la ricchezza dei suoi vini. Tra il 1800 e la metà del secolo successivo, l’unica risorsa economica era rappresentata dalle miniere di zolfo. Vita dura, malsana, quella del minatore, in particolare del minatore di zolfo. Ma almeno si mangiava. Poi: la crisi economica, le miniere che chiudono. I minatori costretti a ritornare alla loro vecchia attività: il lavoro nei campi.

Dalla felice intuizione di alcuni lungimiranti produttori, il reimpianto del vitigno Greco, in contrapposizione all’onnipresente Trebbiano. Una scommessa vincente. Vitigno meno produttivo, il Greco, difficile e delicato al tempo stesso. Ma pieno di personalità che, da queste parti, è esaltata dalla grande mineralità del territorio.

Scommessa vincente, si diceva, premiata da un grande successo che si è prolungato per tutti gli anni ’80. Poi, colpa delle mode passeggere che non risparmiano neanche il mondo del vino, la notorietà del Greco iniziò a ridimensionarsi. Al suo posto, ironia della sorte, si iniziò a preferire il suo cugino, il Fiano di Avellino. Quest’ultimo, preferito dai produttori anche per il suo carattere più docile, per la “facilità di gestione”.

Nel 2003, con il riconoscimento della DOCG, il Greco di Tufo, ritorna a far parlare di se, anche presso il grane pubblico.

dentice al forno

Personalmente, specie nel periodo estivo, conservo in fresco, sempre, almeno due bottiglie di Greco di Tufo. Molte le occasioni per aprirle, anche fuori pasto. Grande compagno del dentice al forno o alla griglia, non manca di stupire i commensali che, spesso, quando si parla di pesce, pensano subito al Vermentino della Liguria.

Il disciplinare ci parla di un vino prodotto con uva Greco (minimo 85%) e Coda di Volpe (massimo 15%) e di una gradazione alcolica minima dell’11,5%.

Nel bicchiere, servito ad una temperatura i 10 – 12 ° C, si presenta con un affascinante colore giallo paglierino, più o meno intenso, e riflessi dorati. Al naso, profumi intensi di fiori bianchi, pesca gialla e note di mandorle tostate. Al palato, il Greco di Tufo, rivela la sua personalità: gusto secco, pieno, con l’inconfondibile nota minerale che, nelle grandi bottiglie, si amalgama con equilibrio, senza sovrastare. Anche qui ritroviamo gli stessi aromi fruttati rivelati al naso e lo stesso finale di mandorla tostata.
Il Greco di Tufo è un vino da bere giovane, dai due ai quattro anni dalla vendemmia.

A tavola, come detto in apertura, è immancabile lì dove ci sia un piatto a base di frutti di mare, in particolare se gratinati, e crostacei. Ma anche pesce al forno (ottimo con il branzino), verdure gratinate e carni “leggere”, carni bianche come l’arrosto di vitello.

Per gli appassionati, è interessante sapere che, nonostante la non vastità del territorio di produzione, è possibile individuare due distinte sottozone, da cui nascono Greco di Tufo con specifiche personalità.
Nella prima zona, le colline di San Paolo di Tufo, caratterizzata dalla presenze delle antiche miniere di zolfo, si produce un Greco con una mineralità più spiccata. Tra i produttori di questa zona da menzionare l’azienda Benito Ferrara.
Nella seconda zona, più settentrionale, a Santa Paolina e a Montefusco, si produce un Greco più fruttato, nel quale la mineralità c’è, si sente, ma è meno “solista”. In questa zona ritroviamo nomi conosciuti anche presso il grande pubblico, come Mastroberardino, Terredora, Feudi di San Gregorio.

Aziende & Etichette.
Tra le più interessanti, oltre alle già ricordate Benito Ferrara, Mastroberardino, Terredora e Feudi di San Gregorio, anche l’azienda Pietracupa, l’azienda Di Prisco, ed i l’azienda dei F.lli Urciuolo.

Per chi vuole distinguersi.
Da provare anche il Greco di Tufo Spumante. Un vino realizzato con il metodo classico della rifermentazione in bottiglia (lo stesso metodo utilizzato per produrre il Franciacorta e gli Champagne) con un affinamento minimo in bottiglia di almeno 36 mesi.
Un vino non facile da trovare, specie nelle enoteche del nord. Ma la ricerca verrà premiata da un vino fresco, ideale per accompagnare gli aperitivi estivi e che non mancherà di stupire ed incuriosire i vostri ospiti, parlando di voi come amanti del buon vino, ma in modo originale e fuori dal coro.

Danilo della Mura

Written by Francesca

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