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Manchester by the sea: recensione del film rivelazione agli Oscar 2017

Manchester by the sea: recensione del film che ha polverizzato anche Ryan Gosling agli Oscar 2017

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Per l’interpretazione in Manchester by the sea il fratello minore di Ben Affleck esce finalmente dall’ombra e agguanta l’Oscar 2017 come miglior attore protagonista. Un riconoscimento dovuto, preceduto da BAFTA e Golden Globes, Casey Affleck è incarnato perfettamente nel suo personaggio. Kenneth Lonergan, regista del lungometraggio, ha ricevuto anche la statuetta per la miglior sceneggiatura originale. 

Una storia semplice e triste, come spesso è semplicemente la vita. Lonergan sceglie di far parlare soltanto la vita, senza alcun artificio finalizzato a caricare di empatia la sua opera. Lee Chandler conduce una vita solitaria in un seminterrato di Boston, fa quello che deve per sopravvivere economicamente. Beve, tanto, e quella stanchezza trascinata quotidianamente si dissolve in grumi di rabbia spessa. Un rigoroso lavoro di flashback porta lo spettatore nel tunnel dei demoni di Lee, mentre si arrabatta con la morte del fratello e la conseguente necessità di prendersi cura del nipote. Tornare all’inferno per dovere, per logistica: non a caso il film titola Manchester by the sea: è lei, la cittadina gelida degli States da cui l’uomo era fuggito, la protagonista. Cieli lividi, erba fredda e neve squillante: i toni che richiamo un’opera di Sisley sono la cornice ideale per l’ordinata e sobria devastazione interna di Lee.

Un errore di distrazione cambia la vita del giovane in maniera radicale, quel tipo di errore che potrebbe compiere chiunque, e che quando lo leggi sui giornali pensi “Per fortuna non è successo a me, perché anche io l’ho fatto un paio di volte“. Ci sono una pulizia e un rigore in questo film che si contrappongono alla maestosità del dramma che ha sconvolto la vita di due giovani sposi: anche Michelle Williams conferma la sua intensa bravura. Lo stoicismo dei personaggi che si ritrovano a vivere in seguito a un tremendo avvenimento senza mai farne menzione, scappando e salvandosi come possono, è sapientemente restituito da Lonergan, che rinuncia a qualunque vezzo registico a favore della chiarezza secca della narrazione. Ci si ritrova catapultati in dinamiche familiari imperfette, sregolate ma non dissimili a quelle di tantissime altre famiglie: il dolore si innesta su un tralcio già instabile, ma che non era marcio. L’apocalisse che entra in vite ordinarie e viene rielaborata secondo stilemi umani di rimozione e negazione. C’è stanchezza: una magnifica e triste stanchezza di fondo, uno status depressivo di Lee talmente endemico da sottrargli le forze di una mimica fisica, facciale; va al risparmio energetico. Struggente, proprio perché “troppo” da sputare, il faccia a faccia con l’ex moglie, che lo rende un capolavoro di inespressi. Un bel film, triste ma bello.