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Intervista a Stefano Sforza, chef di Les Petites Madeleines a Torino

Nel cuore di Torino, in un elegante palazzo storico, un esclusivo hotel di charme. E' il Turin Palace, vicino a Torino Porta Nuova, dalla cui terrazza si può ammirare una vista spettacolare sui tetti della città.

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L’hotel, con area Wellness & Spa, accoglie il ristorante Les Petites Madeleines, la cui cucina è guidata dallo chef Stefano Sforza. Ricercate creazioni gastronomiche per stupire i sensi.

Qual è la sua storia?
«Sono nato nel 1986, a Torino, dopo il diploma all’Istituto Alberghiero di Lanzo, a 17 anni ho avuto il privilegio di confrontarmi con l’estro e la maestria di Alain Ducasse grazie ad uno stage nel suo ristorante. Un’esperienza altamente formativa che mi ha permesso poi di sperimentarmi nelle cucine di strutture stellate come il Ristorante dell’Hotel Bellevue di Cogne, il Ristorante Del Cambio di Torino, il Ristorante Trussardi alla Scala a Milano.  Quanto appreso sul campo mi ha permesso di arrivare a ricoprire, prima, il ruolo di Head Chef al Ristorante Gemma di Rosa del Relais Bella Rosina e, dal 2015, di  Executive Chef de Les Petites Madeleines del Turin Palace Hotel».

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Quale è la sua idea di cucina?
«Le basi della proposta gastronomica de “Les Petites Madeleines” e della mia filosofia sono espresse in uno dei piatti continuativi della nostra Carta: lo “Spaghettone Antico Pastificio Fabbri e pomodoro”. La nostra cucina guarda con attenzione alla tradizione, è comprensibile nei sapori e negli accostamenti, rispettosa dei prodotti, della loro stagionalità e della loro provenienza con una spiccata attenzione al territorio. Oltre che attenta alla selezione della materia prima, è centrata sul “valore” delle cotture, vive di suggestioni nel gusto, si nutre di pazienza, dedizione e passione. Ciò si traduce nei miei menù che affiancano ai piatti della solida tradizione piemontese, Raviolo del Plin su tutti, ricette creative ma mai estremizzate in cui centrale è il ruolo delle verdure».

Torino, città in fermento dal punto di vista ristorativo. Cosa ne pensa?
«Non posso che esserne entusiasta! Una città che sperimenta anche in ambito culinario è una città che ha voglia di “crescere”, di raggiungere nuovi traguardi e di ritagliarsi un ruolo di primo piano sul palcoscenico italiano ma anche internazionale».

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Quale è il futuro della ristorazione italiana?
«La cucina fa parte del nostro DNA, ci definisce come cultura, ci identifica nel mondo. Non possiamo che continuare a lavorare con orgoglio e tenacia perché continui ad essere, con sempre maggior forza, il nostro baluardo. Osservo con attenzione i nuovi talenti che si stanno affacciando sulla scena e studio quanto chef che considero ispirazione e maestri riescono a realizzare: il futuro parla la lingua del confronto tra queste generazioni accomunate da una passione che non conosce lo scorrere del tempo. La cucina avvicina, questo non dobbiamo mai dimenticarlo».

Ha un locale preferito su Torino?
«Il ristorante Del Cambio, per la sua storia che è parte della mia (ci ho lavorato) e per il valore dello chef».

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